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Lo spettacolo del nulla

 

LO SPETTACOLO DEL NULLA


Non tutti i luoghi sono uguali, ve ne sono alcuni che conservano i segni decisi di una memoria storica che solo le persone più sensibili sanno cogliere. Quando Dino Silingardi ha cominciato a indagare all’interno degli stabilimenti della Ticosa, grande azienda tessile comasca dismessa dal 1982, sapeva bene di entrare non tanto negli spazi segnati dall’abbandono, quanto soprattutto in una dimensione sospesa dove il tempo poteva essere bloccato per consentire a chi osserva di fermarsi a riflettere.
Lui lo ha fatto usando la fotografia come uno strumento privilegiato, ben consapevole delle sue straordinarie potenzialità: poiché ogni mezzo è funzionale ai risultati che si vogliono ottenere, è giusto sottolineare il fatto che Silingardi abbia utilizzato una classica biottica Reflex che sarà pure datata, ma conserva alcune straordinarie caratteristiche come la silenziosità, la possibilità di realizzare esposizioni multiple, la qualità di un obiettivo come lo Zeiss Planar che restituisce morbidezza e incisione.  E’ con questa fotocamera che il fotografo si è mosso con grande perizia per realizzare una sorta di reportage dell’anima dove ogni sala abbandonata è stata trasformata in uno spazio teatrale in cui va in scena lo spettacolo del nulla di fronte a una platea solo apparentemente vuota, semmai attraversata da una strana energia. Certo, dai soffitti pendono lampadari spenti, i pilastri si inseguono in prospettive inutilmente ordinate, i pavimenti sono invasi da detriti, eppure in queste raffinatissime fotografie sembra di cogliere i richiami a una insinuante vitalità, come se ancora permanessero i rumori delle macchine, i cigolii delle ruote, le grida o i sussurri degli operai. Silingardi non riprende figure umane – neppure quelle di quanti abitano in condizioni precarie la fabbrica abbandonata – ma fa in modo che se ne avverte la presenza perché un luogo conserva sempre le tracce della sua esistenza. Per questa ragione le sue non sono propriamente immagini di architetture di interni perché spesso frutto di diverse esposizioni che si sovrappongono sulla stessa pellicola così da creare prospettive inedite, visioni spiazzanti, accostamenti surreali. Ci sono pareti su cui le macchie di antichità compaiono come segni pittorici sulle tele, ci sono legni e casse abbandonate che sembrano messe a bella posta da uno scenografo, così può venir spontaneo aspettarsi l’improvvisa irruzione di un attore impegnato in un monologo di Beckett. In tutte le immagini compaiono – e sono una presenza fissa – finestre che creano riflessi, attraversano diagonalmente lo spazio, si inseguono in un intrico di prospettive così da illuminare sia il luogo antico come facevano un tempo nella fabbrica reale, sia quello immaginifico del nostro teatro immaginato. Impeccabilmente stampate da Gianni Romano dello Studio Fahrenheit su carta Ektalure e virate al selenio, le fotografie di Dino Silingardi sono anche un bell’ esempio di come la classica fotografia in bianconero conservi il suo fascino e sappia aiutarci a osservare la realtà per riflettere, con calma, su di essa.


Roberto Mutti

 
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