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Si diceva che ogni creatura, in Italia, nascesse con una porzione personale di debito pubblico, una sorta di peccato originale da cui non era possibile affrancarsi. Tanto valeva aggiungere peccato al peccato, debito al debito, nell’istigazione penetrante al consumo, senza appagamento durevole. Oggi respiriamo un’aria rarefatta di decadenza, con la bocca impastata di parole e nessun valore che ci consenta astrazioni o distrazioni. Per valore intendiamo valore: concreto, materiale, convertibile in beni d’uso. I valori si bruciano ad ogni venerdì nero delle Borse, i salari ad ogni incontro delle parti sociali. E talvolta siamo tentati dal pensiero ingenuo che la causa del nostro crepuscolo sia questo aver perso le ali o l’anima, secondo alcune voci. Quando il divino si è convertito in merce? Ce lo chiediamo nella seconda tappa del nostro viaggio alla ricerca dell’acqua perduta. Ma ce lo chiediamo ogni sera nel quotidiano logoro di cui parla Checov in terza di copertina. La risposta, prosaica, è un dato storico: quasi subito, quando i templi svolgevano la funzione non secondaria di banche, tra i Sumeri, i Babilonesi e i Greci. Quando l’oracolo di Delfi parlava la voce dei cambiavalute, in orari diversi da quelli in cui riceveva Apollo. Da allora ad oggi, che il cielo fosse più o meno abitato, abbiamo perso una porzione di respiro ogni volta che abbiamo permesso che il ricco chiedesse sacrifici al povero, il penultimo invidiasse l’ultimo, l’uomo scegliesse la vita per la donna. Rebecca Solnit nel suo libro “Un paradiso all’inferno” analizza alcune grandi catastrofi del mondo occidentale e in tutte ritrova il risveglio di uno spirito di solidarietà, un’aspirazione innata alla salvezza collettiva, come l’unica sensata. Sostiene che questo sia il paradiso a cui possiamo accedere passando per l’inferno. Consolatorio. Ma se vi capitasse di aver finalmente esaurito le scorte dello sterco del diavolo (così Lutero chiamava il denaro), almeno allora rivolgetevi a quell’eco di paradiso che avete conservato da qualche parte. Noi la chiamiamo utopia e, diciamocelo, non abbiamo nulla da perdere.
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